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giovedì 29 gennaio 2015

L’uomo nell’età della tecnica, di Umberto Galimberti.



Dunque questa sera dobbiamo discutere di tecnica. 

Siamo tutti persuasi di abitare l’età della tecnica, riteniamo ancora che la tecnica sia uno strumento nelle mani dell’uomo: non è più così. 

Nel senso che ormai la tecnica è diventata il nostro ambiente, il nostro luogo di abitazione. Soprattutto è diventato il soggetto della storia. 

Il rapporto uomo/tecnica si è capovolto, nel senso che non è più l’uomo il soggetto della storia, ma lo è diventato la tecnica. L’uomo è diventato il funzionario degli apparati tecnici a cui appartiene. Questa è la tesi di fondo di questo mio discorso.

Può dare l’impressione di un radicale pessimismo: io sono un tipo gioioso, quindi credete che c’è davvero un dramma in questa situazione, non è una faccenda malinconica o senile.

E' possibile dire che la tecnica è l’essenza dell’uomo. L’uomo a differenza degli animali non ha istinti che sono la qualifica tipica dell’animalità. 

L’animale appena viene al mondo sa quello che deve fare per ragioni istintive. L’istinto è una risposta rigida a uno stimolo, per cui se io faccio vedere della carne ad un erbivoro questo erbivoro non la percepisce come cibo, se gli faccio vedere una bistecca non realizza, se gli faccio vedere un covone di fieno si mette a mangiare. 

Ecco, gli uomini non hanno risposte rigide agli stimoli e quindi non hanno istinti come conduttori, codici, regolatori immediati della modalità di essere al mondo e di condurre la propria vita. 

Anche il famosissimo istinto sessuale è così poco istintivo che io in presenza di una pulsione sessuale posso concedermi a tutte le perversioni, cosa che non sembra sia concessa agli animali, e addirittura posso consegnarmi ad una meta non sessuale ad esempio fare un’opera d’arte, un’opera musicale, un’opera poetica. 

Lo stesso Freud che usa la parola “instinct” successivamente la abbandona, si persuade anche lui che gli uomini non sono governati da istinti e la sostituisce con la parola più generica “trieb”, che vuol dire pulsione,  spinta generica verso una meta   non determinata.

Proprio perché non ha istinti, l’uomo per stare al mondo deve essere immediatamente tecnico, il che non significa che appena è comparso l’uomo è comparso un animale tecnico, diciamo che nell’evoluzione, nel momento in cui l’antropoide ha preso un pezzo di legno per staccare un frutto, in quel momento è nato l’uomo.  

Quando tra sé e la soddisfazione del suo bisogno ha messo uno strumento: in quel momento è nato l’uomo. Cosa che per altro   sapete anche voi, perché ogni volta che dite che l’homo “faber” antecede l’homo “sapiens”, state dicendo che l’essenza dell’uomo è tecnica, strumentale.     

Questa teoria non è mia: la raccontano Platone, Tommaso d’Aquino,  Kant,   Nietzche,  Bergson ... Platone dice che Zeus incaricò  Epimeteo, il fratello di Prometeo, (Epimeteo in greco significa quello che pensa dopo, l’improvvido, un po’ stupido)  di conferire a tutti i viventi le loro qualità, e lui da improvvido provvede a dotare i viventi delle loro qualità istintuali e quando giunge all’uomo non ha più niente da dare. 

Zeus, preso a pietà degli uomini, incaricò il fratello di Epimeteo di dare almeno la sua virtù. Prometeo vuol dire “colui che pensa in anticipo” e allora l’uomo è colui che è stato dotato della previsione. 

Anche  Hobbes dice che l’uomo è “famelicus famae futurae”, è affamato dalla fame futura, mentre l’animale è affamato quando ha fame ma non prevede di avere fame. 

Questa dimensione previsionale rende l’uomo progettante, inevitabilmente tecnico per procurare la soddisfazione dei suoi bisogni. 

Il problema della tecnica diventa importante nel mondo greco. Perché i problemi non sono importanti quando ci sono, ma sono importanti quando diventano problemi, cioè quando sono pensati.

La prima riflessione sulla tecnica la compie Eschilo nel quinto secolo A.C. con una tragedia che porta il titolo di “ Prometeo incatenato”. 

Prometeo, amico degli uomini, dona loro il fuoco, la capacità di calcolare, le tecniche, le macchinazioni della mente, rendendo gli uomini da indifesi e muti a padroni delle loro menti, quindi capaci di governarsi.   

Come al solito gli dei hanno sempre invidia degli uomini quando acquisiscono qualcosa e diventano potenti, li temono.   

Prometeo viene punito, relegato su una roccia del Caucaso dove un'aquila gli rode il fegato, il quale si riforma di notte per garantire l’eternità del supplizio. 

Non pensate che i miti siano dei racconti  fabulistici: già in questa piccola notazione c’è una informazione scientifica, nel senso che i medici della scuola di Cos, quella che diede i natali ad Ippocrate, avevamo scoperto che il fegato è uno dei pochi organi che si rinnova continuamente, noi cambiamo fegato ogni  3/ 4 settimane. Anche questa informazione mitica è in realtà una competenza scientifica. I miti vanno guardati con molta attenzione, non sono favole.

La domanda che pone il coro che interroga Prometeo è: «è più forte la tecnica che tu hai donato agli uomini o è più forte la natura?»

Per capire questa domanda bisogna diventare Greci come mentalità. Siccome noi siamo cristiani dobbiamo smobilitare un po’ di cristianesimo dalla nostra mente, perché se pensiamo in  modo cristiano tutto diventa semplice, ma nella modalità greca il problema era davvero un problema.

Dico “semplice” perché per la tradizione giudaico cristiana la natura è il prodotto di una volontà, la volontà di Dio che l’ha messa in atto, e quindi è così, ma potrebbe anche essere altrimenti, come tutti i prodotti di volontà. Non solo, ma poi è stata consegnata all’uomo sotto il sigillo del dominio.

Se voi leggete il Genesi trovate scritto che Dio dopo aver allontanato Adamo ed Eva dal paradiso terrestre dà l’ordine circa la modalità di sopravvivenza, che si organizza intorno alla figura del dominio: «dominerai sugli animali della terra, sui pesci del mare, sui volatili del cielo». 

Quindi nella tradizione giudaico cristiana è automatico che la natura sia il dominabile, e sia quindi sottoposta alla volontà, prima di Dio che l’ha creata e poi dell’uomo che la deve dominare. 

Per il mondo greco invece la natura non è assolutamente l’effetto di una volontà  divina. Eraclito dice: «questo cosmo che nessun Dio e nessun uomo fece, sempre stato, è e sarà, eterno e immutabile».

Il mondo è governato da una categoria potentissima per la mentalità greca, che è la categoria della necessità: Ananke (la dea greca che rappresenta la personificazione o potenza del destino, della necessità inalterabile e del fato nella religione greca orfica), che non concede al sole di uscire dal suo binario, garantisce la regolarità e l’immutabilità delle leggi di natura. 

Allora, all’interno di una concezione della natura come quella greca, ci rendiamo conto che il dilemma diventa potente: se la Natura  è l’ordine immutabile guardando il quale gli uomini possono intravvedere quelle costanti riferendosi alle quali è possibile ottenere le leggi che governano la Città e quelle che governano l’Anima, conformi a Natura,  se questa è l’armonia cosmica che, imitata, produce l’armonia nella città e l’armonia dell’anima, l’intervento tecnico minaccia questa regola, minaccia  questa armonia.
Donde la domanda che nel mondo giudaico cristiano non si sarebbe nemmeno posta, nel mondo greco diventa drammatica: è più forte la Natura o la Tecnica? 

E la risposta di Prometeo è chiara come la luce del sole: la tecnica è di gran lunga più debole della necessità che governa la Natura, del vincolo che governa le leggi di natura. 

Lo stesso tema è ripreso da Sofocle nell’Antigone, dove si racconta che l’aratro solca la terra, ma la terra si ricompone dopo il suo passaggio, così come la nave solca il mare, ma la quiete delle onde si ricompone dopo il passaggio della nave: quindi la natura è più forte della tecnica. 

E qui dobbiamo dire: risposta esatta, ma esatta solo di fatto, nel senso che all’epoca dei Greci le tecniche erano molto modeste e quindi né con gli aratri, né con le navi si poteva modificare l’ordine della natura.

Effettivamente la  tecnica era più debole della legge immutabile dell’ordine naturale.

Facciamo un salto di due mila anni e arriviamo al 1500/1600: questo salto è giustificato dal fatto che dal punto di vista tecnico non è successo un bel niente, si aravano i campi come li aravano i Babilonesi e i Greci e anche la strumentazione tecnica non è che si fosse particolarmente modificata, tale da incidere nell’ordine della natura. 

Mi raccontava, per esempio, un mio collega di filosofia medioevale, che nel 1200/1300, all’epoca di San Tommaso, si poteva andare da Roma a Parigi attaccati agli alberi, cioè senza toccar terra se uno avesse voluto, tanto era l’ordine naturale non infranto dall’intervento tecnico. 

Nel 1600 succede una cosa potentissima: nasce quella che noi oggi chiamiamo scienza moderna.

Noi abbiamo smontato quel concetto molto diffuso e proveniente da una tradizione venerabile,  secondo cui l’uomo è un animale ragionevole: non è vero, perché gli manca la prima prerogativa dell’animalità che è l’istinto, e quindi non è un animale ragionevole, è una forma vivente caratterizzata da una carenza biologica molto significativa, proprio perché non codificata dall’istinto. 

Forse la libertà dell’uomo, invece di farla scendere dal cielo o da chissà dove, dipende proprio da questa indeterminazione istintuale. 

Proprio perché non ho codici istintuali rigorosi, perciò sono libero: la libertà dipende dalla imprecisione istintiva, non da altre cose. 

Arriviamo nel 1600 e nasce la scienza moderna. 

Anche qui smobilitiamo un luogo comune, che consiste nel ritenere che la scienza sia pura e che la tecnica sia una applicazione della scienza, di cui si può fare buon uso o cattivo uso. 

Anche questo pensiero va modificato, nel senso che la tecnica non è una applicazione della scienza, la tecnica è l’anima della scienza, ciò che condiziona, che inaugura lo sguardo scientifico. 
Perché la scienza non guarda il mondo per contemplarlo, la scienza guarda il mondo per trasformarlo, per modificarlo, per manipolarlo. 

Quindi la tecnica è ciò che determina la qualità di questo sguardo, sguardo manipolativo, la scienza non studia per conoscere, ma studia per modificare. 

La tecnica non è la conseguenza della scienza, ma è l’anima, l’essenza della scienza, ciò che promuove la qualità dello sguardo scientifico. 

Sarebbe come se in un bosco andassero un poeta e un falegname: non vedono la stessa cosa, è una qualità di sguardo differente.

Allora trattiamo scienza e tecnica alla stessa stregua, innanzitutto perché non si può fare scienza senza strumentazione tecnica, e perché non si apre uno sguardo scientifico se non con una intenzione tecnica, cioè manipolativa del mondo. 

Nel 1600 si fa una rivoluzione enorme in questo campo. I nomi  e i cognomi di questi rivoluzionari sono Cartesio, Bacone e Galileo. 

S'inventa un nuovo metodo per costruire un sapere. Dice, per esempio, Bacone: noi non dobbiamo contemplare la natura nel tentativo di catturarne le leggi, le costanti del suo andamento, dobbiamo fare delle ipotesi su come funziona la natura, sottoporre la natura ad esperimento e se l’esperimento convalida le ipotesi di noi uomini ( noi comunità scientifica) allora  assumeremo le nostre ipotesi come leggi di natura.

E qui cominciamo il primo grande capovolgimento, quello che Kant chiama rivoluzione copernicana. 

Prima di Copernico si pensava che la Terra fosse il centro dell’universo e che il Sole girasse intorno alle Terra, poi si capovolge il rapporto Terra/Sole: è il Sole al centro e la Terra gira intorno al Sole. 

Anche qui si opera una rivoluzione di questo tipo: prima si pensava che la natura  fosse il soggetto e l’uomo lo scrutatore che doveva catturare le leggi, poi si capovolge con Bacone il modulo: l’uomo è il soggetto che formula delle ipotesi sulla natura, sottopone la natura ad esperimento, se la natura risponde positivamente, l’uomo assume le sue ipotesi come leggi della natura. 

Kant fa un esempio molto interessante: nel 1600 (e cita due italiani, Galileo e Torricelli) gli uomini nei confronti della natura non si sono più comportati come lo scolaro che beve tutto quello che dice l’insegnante, ma si sono comportati come il giudice che obbliga l’imputato a rispondere alle sue domande. 

Questo è il capovolgimento che è l’essenza dell’umanesimo. 

Noi conosciamo  l’umanesimo come faccenda letteraria, questo primato dell’uomo non è un canto di poeti e neppure  una retorica di trattatisti. 

Il “De dignitate hominis” di Lorenzo Valla è una coreografia di quello che davvero era successo: attraverso il metodo scientifico come era stato ideato da Bacone, Cartesio, Galileo,  l’uomo è diventato, come diceva Cartesio, “Dominator et possessor mundi”. Grazie alla scienza.

Questa è l’essenza dell’umanesimo. Io stesso non avrei nessuna difficoltà a dire che la scienza è l’essenza dell’umanesimo. La tecnica è l’essenza dell’umanesimo. Tutto il resto è coreografia, è canto, è decoro. Gli umanisti veri sono gli scienziati che stabiliscono il primato dell’uomo sulla natura.

Quel periodo è stato costellato dalla guerra tra scienza e religione, tra Galileo e il papa: non è interessante questa guerra. Perché la scienza che nasce gronda di metafore teologiche, nasce dalla teologia, dalle metafore teologiche, dalla visione teologica del mondo , che aveva una scansione del tempo costruita  sul passato che è male, peccato originale, colpa,  il presente che è riscatto e il futuro che è salvezza: questa è la visione teologica del mondo. 

La scienza non fa che ereditare pari pari la sua visione del mondo: il passato è ignoranza e quindi negatività, il presente è ricerca, il futuro è progresso. 

C’è una visione ottimistica del tempo, dove la scienza  costituisce ciò che nell’ambito della teologia costituisce la redenzione. 

Bacone è esplicito: quando scrive il “novum organum” dice: «noi attraverso la scienza concorriamo alla redenzione». 

Sapete che nella cultura cattolica, a differenza  dei protestanti, la redenzione non avviene solo per un evento di fede, avviene anche per le opere. 
Bisogna che l’uomo concorra alla redenzione e Bacone dice: «noi attraverso la scienza concorriamo alla redenzione, perché  innanzitutto guadagniamo con le virtù preternaturali che Adamo ha perso con il peccato originale, ma soprattutto riscattiamo l’uomo dalle conseguenze  del peccato  originale, che come tutti sappiamo consiste nel dolore e nel lavoro».

Scienze e tecnica allevieranno la fatica del lavoro e ridurranno il macigno del dolore: quindi è un concorso all’opera di redenzione. 

Per cui state sempre più attenti alla continuità degli eventi: la scienza viene dalla teologia, la contrapposizione non è interessante.  

Ci aveva già avvertito Omero: io descrivo le guerre diurne, diceva Omero,  ma non dimentichiamo mai che di notte Troiani e Greci sgozzano gli stessi vitelli sotto la stessa tenda. Stiamo attenti che dietro la storia palese c’è sempre una storia occulta ben più profonda di tradizioni. 

Del resto la chiesa non nasce dal nulla, nasce perché c’era una tradizione teologica alle spalle che aveva pensato scenari in cui l’accento ha potuto collocarsi.

Dopo di che non succede ancora niente, perché la strumentazione tecnica è rimasta modesta come lo era all’epoca dei Greci, nonostante l’ideazione del metodo scientifico.

Immaginano delle città tecnologiche: Bacone immagina la nuova Atlantide, Tommaso Moro la città di Utopia, Tommaso Campanella la città del sole. Si immaginano delle organizzazioni di città tecnologiche dove gli uomini vivono molto più felici di quanto non accadesse al loro tempo. Però sono solo immaginazioni.

L’immaginazione è molto importante perché immagina sempre il futuro: guai a estinguere l’immaginazione.

Però non è successo niente, doveva passare un secolo e arriviamo al 700 quando avviene il passaggio dall’artigianato alla produzione tecnica su larga scala a opera dell'enciclopedia francese. 

Era un repertorio di macchine, di tutte le macchine che c’erano nelle botteghe artigiane. Se andate in qualche biblioteca a vedere le copie di questa Enciclopedie, vedrete che non è altro che una illustrazione di tutti i macchinari che ci sono in Francia. 

Al primo volume avevano concorso Diderot, D’Alambert, Rousseau, Voltaire. Poi è intervenuto il Papa a dire “si chiuda questa faccenda”. Il re di Francia aveva chiuso l’Enciclopedia, la quale è andata avanti per gli altri 32 volumi grazie a Diderot che, essendo amico del capo della gendarmeria francese che aveva il diritto di entrare in tutte le botteghe, lo accompagna e disegna tutte le macchine. Diderot è stato il vero artefice della Enciclpedia, facendo una operazione culturale enorme. 

Perché voi sapete che gli artigiani tendono a tenere segreti i loro sistemi, perché il segreto è la fonte del loro profitto, divulgando tutto il macchinario disponibile nel territorio francese, che equivaleva pressappoco al macchinario disponibile nel territorio europeo, si distribuivano i segreti, si crea una competenza diffusa, si creano le premesse per l’accadere di quella che, dalla metà dell’ottocento, si chiamerà la civiltà industriale. Fabbriche e macchine, che però non segnano ancora l’inizio dell’età della tecnica.

L’età della tecnica è stata preconizzata da Hegel, che in un libro di logica dedica un centinaio di pagine allo strumento. 

Hegel dice che la ricchezza delle nazioni non dipende tanto dai beni ma dagli strumenti, perché i beni si consumano mentre gli strumenti li producono. 

La vera ricchezza si sposterà dal possesso dei beni al possesso degli strumenti e quindi intuisce un futuro tecnico. Una intuizione che a noi pare ovvia ma che a suoi tempi non lo era. 

Se voi pensate che l’economia politica era nata come scienza 40 anni prima con Adam Schmitt che aveva scritto quel trattato sulla natura della ricchezza delle nazioni, il quale riteneva che le ricchezze fossero i beni, i castelli, le terre il numero degli schiavi a disposizione e i servi della gleba. 40 anni dopo Hegel dice no, la ricchezza  non sono i beni, ma gli strumenti, le macchine.

Secondo teorema di Hegel, che si trova sempre in quelle pagine, dice: state attenti che l’aumento quantitativo di un fenomeno non è solo un aumento quantitativo, se un fenomeno aumenta quantitativamente cambia radicalmente il paesaggio, c’è una variazione qualitativa. 

Fa un esempio molto semplice: se mi tolgo un capello sono uno che ha i capelli, se me ne tolgo due, sono ancora uno che ha i capelli, se me li tolgo tutti sono calvo. Quindi l’aumento quantitativo di un gesto determina una variazione qualitativa del mio cranio. 

L’aumento quantitativo di un fenomeno non va trascurato. 

Il primo a catturare questo elemento e ad applicarlo alla economia è stato Marx: il denaro è un mezzo per soddisfare i bisogni e produrre i beni. Se però aumenta quantitativamente e diventa la condizione universale per soddisfare qualsiasi bisogno e produrre qualsiasi bene non è più un mezzo, ma è il primo fine per ottenere il quale si vedrà se soddisfare i bisogni e in che misura produrre i beni.

Se il denaro diventa la condizione universale per soddisfare qualsiasi bisogno e per produrre qualsiasi bene allora tutti vorranno il denaro che diventa il primo scopo, e non sarà più un mezzo, per realizzare il quale quelli che erano scopi diventeranno mezzi per produrre denaro, bisogni e beni diventano mezzi per produrre denaro.

Se noi applichiamo questo teorema hegeliano e marxiano alla tecnica  diciamo: se la tecnica è la condizione universale per realizzare qualsiasi scopo, allora la tecnica non è più un mezzo ma diventa il primo scopo che tutti vogliono e per ottenere il quale si sacrificheranno tutti gli altri scopi. Perché senza, gli scopi non sono più scopi ma sono sogni. 

Noi 25 anni fa abbiamo visto il collasso dell’Unione Sovietica. Io spero che loro siano così avvertiti da non credere che l’URSS sia caduta per ragioni umanistiche, perché la gente aveva fame o perché non era libera. 

Oggi ha altrettanta fame, non è altrettanto libera ma nessuno immagina il crollo della Russia, quindi attenzione a tutte quelle cariche umanistiche con le quali si cerca di spiegare la storia, che non sono mai le macchine giuste, tanto più quelle della pietà, dell’amore, del dolore. Sono configurazioni di commozioni per creare moti dell’animo, che non spiegano alcunché. 

Nel 1960 l’URSS aveva una capacità tecnica pari e forse superiore a quella americana (dico americana per dire l’antagonista dell’URSS). 

Quelli della mia età ricorderanno che nel 1960 il primo mezzo tecnico inviato nello spazio è stato dell’URSS  e l’America non ce l’aveva ancora fatta.  Allora non era ipotizzabile il collasso  del comunismo. 

Se il comunismo è lo scopo e la sua mondializzazione è lo scopo finale, ma se questo scopo può essere raggiunto solo con la strumentazione tecnica, allora è chiaro che bisogna darsi da fare, la tecnica non è più un mezzo ma diventa il primo scopo per il quale si sacrifica la fame, la sete, la libertà… 

Quando invece nel 1989 la tecnica americana aveva raggiunto un livello tale che la tecnica sovietica non avrebbe mai più potuto raggiungere e la disequazione si è fatta radicale, il comunismo non poteva altro che crollare. 

Non so se qualcuno di loro ricorda Gorbaciov che implorava Reagan di non fare lo scudo stellare, perché la Russia  non aveva risorse per fare contromosse e Reagan replicava: «lo facciamo, come no? Abbiamo le chances per poterlo fare, peggio per voi…» 

Allora vedete, se il capitalismo ha come scopo la sua espansione, se il comunismo ha come scopo la sua espansione, ma se queste sono possibili solo grazie al possesso dei dispositivi tecnici, è chiaro che la tecnica diventa il primo scopo che uno vuole, che tutti vogliono, perché altrimenti gli scopi diventano sogni. 

Qui abbiamo il capovolgimento dei mezzi in fini e abbiamo questo imperialismo della tecnica che si annuncia, perché essendo ciò che tutti vogliono è il primo scopo. Al di là di tutti gli scopi umanistici, che non spariscono, ma sono realizzabili solo attraverso la disponibilità di dispositivi tecnici. 

Questo produce degli sconquassi nel modo di intendere il nostro tempo, nel senso che si modifica radicalmente il concetto di individuo, che all’interno di un apparato tecnico è sempre più un funzionario, è sempre più un simil-macchina e sempre meno individuo. 

Noi oggi per conoscerci, se ci troviamo tra sconosciuti, siamo identificati non dal nostro nome ma dal nostro biglietto da visita, che non fa altro che segnalare il nostro apparato di appartenenza, perché senza apparato di appartenenza diventiamo incomprensibili. 

Chi sei tu? Che fai? Questo vuol dire entrare nell’età della tecnica dove la funzione dice chi sono. 

Il mio nome non è più importante, non siamo più chiamati per nome, anche se poi oggi mettono le targhette con il nome. Ma questi sono inganni, in realtà sono tutti funzionari di apparato. 

Si modifica il concetto di libertà, la libertà non è più un evento individuale, è sempre più assimilabile alla competenza, alla conoscenza dei giochi. 

Più ruoli posso occupare più sono libero, ma per occupare più ruoli devo essere competente, per cui la libertà è proporzionale alla competenza tecnica. 

Mi limiterò a due scenari: quello politico e quello etico. 

Per  quanto riguarda lo scenario politico la tecnica modifica radicalmente le nostra concezione di potere. Perché nell’età pretecnologica noi immaginavamo il potere come una sorta di triangolo dove al vertice c’è il potere e alla base ci sono i sudditi che possono obbedire, disobbedire, trasgredire….

La tecnica non concede più questa immaginazione del potere perché dà potere a tutti coloro che sono all’interno dell’apparato. Sotto questo profilo la tecnica è molto democratica. 

Dà potere  perché se tutti i segmenti del potere sono concatenati e perfettamente connessi tra loro, basta l’interruzione di un piccolo settore e si interrompe tutto l’apparato, basta l’astensione dal lavoro di dieci controllori di volo, che si sospende tutta la navigazione aerea..  

Gli americani hanno bene identificato questo potere e l’hanno chiamato no making power, il potere di non fare.  

Non è lo sciopero. Perché lo sciopero riesce se tutti scioperano, non se 10 persone si astengono dal lavoro. 

Nell’apparato tecnico 10 persone sono in grado di bloccare tutto l’apparato. 

In questo senso la tecnica modifica la nozione di potere, in una maniera così radicale che tutte le fantasie che si sono fatte a partire dall’epoca di Craxi in poi sui politici decisionisti sono comiche, il politico decisionista nell’età della tecnica non serve a niente. Il decisionismo funziona in età umanistica.  

Io penso che Hitler e Stalin e Mussolini sono le espressioni classiche dell’umanesimo, dove un uomo diventa la salvezza  di una nazione. O la sua rovina.

Nell’età della tecnica non sono più possibili le dittature. Perché gli apparati tecnologici sono più forti delle fascinazioni umanistiche.  

Solo nei paesi arretrati ci si fa ancora affascinare dagli uomini e si pensa che un uomo possa risolvere il problema. Sanno che le macchine sono ben più decisive.

Invece il politico nell’età della tecnica è capace di mediare, è quello che fa si che tutti gli apparati funzionino attraverso la mediazione e la compensazione dei singoli segmenti.

Posto che la politica sia ancora il luogo della decisione, nell’età della tecnica. Perché probabilmente non lo è più. 

Noi certamente eleggiamo i nostri rappresentanti politici, ma  questi rappresentanti per decidere devono forse guardare l’economia e allora il potere decisionale si sposta dalla politica all’economia. L’economia a sua volta deve guardare alle risorse tecnologiche.

Oggi che abbiamo paura  dei Cinesi si dice che dobbiamo incrementare la ricerca: significa che il luogo della decisione è la tecnica e che la politica è rappresentazione e lo sarà sempre di più. 

C’è una trasmigrazione del potere decisionale dalla politica all’economia e dall’economia alla tecnica.

Ma soprattutto la cosa più tragica è che la tecnica rischia di concludere la storia della democrazia. Rischia è una espressione educata, io penso che sia già finita, nel senso che la tecnica sostituisce la democrazia con la retorica. Nel senso che la tecnica ci mette innanzi dei problemi sui quali non siamo competenti. Siamo chiamati a  decidere, ma non siamo competenti. 

Per esempio se ci dicono: decidiamo l’apertura delle centrali nucleari, noi per decidere con competenza come vorrebbe uno stato democratico dovremmo essere, poco poco, dei fisici nucleari. 

Se non siamo fisici nucleari la nostra decisione viene su altri scenari: o per appartenenza a una idea politica, o perché ci ha persuaso quel personaggio simpatico che viene in televisione, o perché siamo affascinati da un apparato ideologico a cui apparteniamo o perché abbiamo dei terrori circa eventuali scenari che non controlliamo…

Decidiamo su base irrazionale e la decisione la prendiamo sulla base di una mozione degli affetti. In questo senso io parlo di retorica. 

Oggi potrei sostituire questa parola, che però mi piace di più, con  telecrazia. 
Una delle intuizioni di Berlusconi, glie lo avrà detto qualcuno, evidentemente, è che la democrazia declina e funziona di più la televisione.

La televisione funziona come mozione degli affetti, fascinazione, persuasione occulta, macchina di affezione, non certo perché fa pensare.

Sotto questo profilo con la democrazia, dovendo noi trovarci a decidere su scenari sostanzialmente  incomprensibili per la cultura media, decidiamo su motivi irrazionali. Questo Platone l’aveva capito al volo.  

Platone è anche responsabile dell'ideazione di democrazia, insieme alla filosofia. Ci ha lasciato ben 14 dialoghi su 33 contro i retori e i sofisti, cioè quegli affascinatori che attraverso sofismi, urla, persuasioni occulte, attraverso seduzione degli animi ottengono consenso non per via razionale ma per via emotiva.

Le conseguenze tiratele voi sulla nostra posizione italiana. 

Però questo è già un grosso segnale: il momento retorico o telecratico ormai avrà sempre di più il sopravvento sul motivo democratico. Per incompetenza. 

Se ci chiedono: volete voi gli organismi geneticamente modificati? E che ne sai? Non lo sanno nemmeno i genetisti oggi come oggi. Però bisogna decidere. Su che basi? Retoriche.

Abbiamo appena fatto un referendum sulla fecondazione assistita, la gente ha imparato che cosa sono gli ovociti, in modo confuso.. e poi perché si è votato in un certo modo? Per competenza? No! Per  appartenenza ideologica, per seduzione...per altri motivi. Quindi non in modo democratico. 

Non pensate che la democrazia consista nelle elezioni. Le elezioni sono un metodo per scegliere  i capi, ma la democrazia esige competenza e oggi la tecnica ci rende tutti incompetenti.

Poi c’è lo scenario morale. Non abbiamo una morale che sia all’altezza dell’evento tecnico, purtroppo. 

In occidente abbiamo conosciuto fondamentalmente tre tipi di morale: 

1)Cristiana, che è stata una grande morale che ha organizzato, ordinato, ispirato tutto l’ordine giuridico europeo. 

Il mondo del diritto nasce dalla struttura dell’etica cristiana. La morale cristiana è una morale dell’intenzione, scruta l’anima e i giudici giudicano se tu hai l’intenzione di compiere quell’atto oppure quell’atto ti è scappato di mano indipendentemente dalla tua intenzione: nel primo caso sei colpevole, nel secondo hai commesso un delitto colposo, oppure un delitto intenzionale o preterintenzionale..

La morale dell’intenzione nell’età della tecnica non serve a niente, non è all’altezza dell’evento, perché che intenzioni avessero Fermi e i suoi amici quando hanno inventato la bomba atomica, a me non interessa niente. Mi interessano gli effetti della bomba e non le intenzioni di questi signori. 

2)Laica.  Che qui per brevità riassumo in quella breve frase di Kant: «l’uomo va trattato sempre come un fine, mai come un mezzo».  

Laica, non perché Kant non fosse anche lui un etico dell’intenzione,  ma perché vuole costruire un’etica “tamquam deus non esset”, come se dio non fosse. Anche perché l’etica non è una prerogativa del mondo religioso, l’etica la possono fare anche quelli che non credono in dio. L’etica non è una derivazione della teologia. 

Tutte le comunità hanno trovato delle regole di convivenza, credendo o non credendo in Dio, e quindi si sono dati delle regole etiche.

L’etica di Kant non si è mai realizzata, perché gli uomini da che mondo è mondo non sono mai stati trattati come un fine. Oggi per esempio le merci hanno una libertà di circolazione che gli uomini non hanno mai avuto e non hanno tuttora.

Quando Marx diceva che lo spirito è nelle merci e l’uomo è il funzionario delle merci, secondo me sbagliava solo per difetto rispetto ai nostri tempi: un immigrato giustifica la sua presenza da noi alla sola condizione che sia produttore di merci e di profitto. Il solo fatto che sia una persona non giustifica la sua presenza. 

Quindi l’uomo non è trattato come fine. Ma anche se fosse trattato come fine l’etica di Kant non funzionerebbe lo stesso nell’età della tecnica, perché e una etica che si limita a regolare i rapporti tra gli uomini, mentre la tecnica ci impone di farci carico degli enti di natura. 

Per esempio l’aria è un fine o un mezzo? L’acqua è un mezzo o un fine da salvaguardare? Che cosa è questo antropocentrismo di derivazione biblica (dominerai su tutte le cose) ? E' compatibile con l’età della tecnica? No.

Quelli che ai tempi di Kant erano mezzi: aria, acqua, foreste, animali... oggi non sono più mezzi, sono fini da salvaguardare. 

Ma abbiamo un'etica che si faccia carico degli Enti Naturali?  No, non l’abbiamo. Abbiamo una etica povera.  Solo di sesso, per esempio, che io chiamo etica delle mutande. 

Pensate come si fa a credere a un Dio che sta a guardare dove metto le mani?!

Quando dico etica non intendo solo precettistica, dico anche persuasione psicologica, per cui se stupro una scolara sono disdicevole e tutti lo capiscono, se però inquino un fiume…si..vabbè…però….  

Non ci siamo fatti carico degli enti di natura, non diventa una reazione immediata. 

Kant diceva che il bene e il male si può evitare di definirli perché ognuno li sente naturalmente da sé: non è più vero.

Non sentiamo davvero colpevole chi deturpa la terra. Noi abbiamo un’etica povere rispetto all’accadimento tecnico e rispetto alle conseguenze.

Nel 1910 Max Weber mette in circolazione una terza etica che diventa famosa una ventina di anni fa, che è l’etica della responsabilità.

Dice Weber che nell’età della tecnica l’unica etica è quella che non si fa carico delle intenzioni degli uomini, ma degli effetti delle loro azioni, ma (apro una parentesi) finché gli effetti sono prevedibili. 

E qui torniamo punto e a capo perché gli effetti della scienza e della tecnica non sono prevedibili.

Qui dovete fare uno sforzo, perché noi della scienza abbiamo una retorica che per esempio è quella che si usa per raccogliere i fondi per la ricerca sul cancro e si immagina che c’è un fine, la ricerca sul cancro, e a partire da lì si istituisce una ricerca. 

Benissimo che ci sia questa immaginazione, così finalmente si  finanzia la ricerca, ma le cose non vanno così. 

La ricerca non ha fini antropologici. Fare una ricerca seria significa che io, biologo molecolare, mi metto qui su questa molecola e ci sto 20 anni, prescindendo dal cancro, dall’AIDS  e da ogni finalità antropologica. 

Seguo questa etica: devo sapere tutto ciò che posso sapere di questa molecola. Tu, su un’altra molecola ci stai 15 anni e devi sapere tutto quello che si può sapere. Mettendo insieme tutti questi saperi può darsi che si intravveda una qualche finalità antropologica: se è anche economicamente vantaggiosa  viene presa in considerazione, se no non è interessante. 

Diversamente avremmo guarito tutti quelli che muoiono di malaria in Africa. La scienza funziona così, in modo a-finalistico e non antropologico, a meno che vada d’accordo con l’economia.

Per il cancro al rene, queste cose le ho imparate da un oncologo, ci sono le medicine per curarlo, ma una chemioterapia costa 15.000 euro a seduta, quindi non si producono e non vengono messe in circolazione, se non in posti specializzati per chi può spendere.

Il fine antropologico non esiste, ma non solo perché la scienza è corrotta dall’economia, dipende dall’economia perché questa finanzia quello che gli torna utile, ma lo scienziato qua talis non ha scopi antropologici, perché segue procedure, metodi non finalità.

Non c’è neanche qualcuno che possa avere potere sulla tecnoscienza, per incompetenza. 

Sono nate in America riviste divulgative per consentire al fisico che ricerca A di intendersi col fisico che fa ricerca B, perché se parlassero direttamente i due non si capirebbero.  

Nascono riviste divulgative che consentano la mediazione linguistica tra i due, per capire che cosa fa uno e cosa fa l’altro.

Se questo è il livello di specializzazione, nessuno governa la scienza. E' una fantasia che ci sia qualcuno che possa governare la scienza. 

E' così evidente che la ricerca non abbia fini antropologici che noi adesso con i dispositivi di bombe atomiche che possediamo potremmo distruggere la terra 10.000 volte. E questo non impedisce che si proceda nel perfezionamento della ricerca atomica. 

Arriviamo all’assurdo che la tecnoscienza è invitata al suo autopotenziamento al di là dell’assurdo: che cosa si vuole ottenere in termini finalistici? 

Questo per darvi l’idea dalla finalità della ricerca scientifica.
Io faccio cominciare l’età della tecnica dalla seconda guerra mondiale, non perché prima non ci fossero le macchine, ma perché con la seconda guerra comincia la mentalità dell’età della tecnica, che prima non c’era. 

Gunter Anders Stern (era un allievo di Heidegger, è scappato in America, perché era ebreo e per guadagnarsi da vivere è andato a lavorare alla Ford, doveva controllare che le macchine funzionassero) diceva: il mio maestro Heidegger mi ha detto che l’uomo è il pastore dell’essere, qui in realtà mi rendo conto che è il pastore delle macchine, nei confronti delle quali prova anche un senso di vergogna rispetto alla loro perfezione e potenza decisamente superiore a quella umana, perché noi uomini abbiamo degli inconvenienti gravi, ogni tanto andiamo in depressione siamo stanchi, ci ammaliamo, abbiamo una maternità…l’uomo è diventato un inconveniente nel funzionamento dell’apparato…

Gunter Anders ha scritto un libro introvabile  “L’uomo è antiquato” edito da Boringhieri, era il marito di una donna che invece tutti conoscono e che io non amo molto perché non faceva altro che scrivere libri su quello che lui le raccontava a tavola, compresa questa grande intuizione sulla banalità del male. Questa donna era Hanna Arendt.

Gunter Anders dice, da ebreo, da scappato dalla Germania, da quello che ha perso tutto, che nel nazismo c’è una tragedia che supera i sei milioni di morti trucidati nell’olocausto, perché ha messo in circolazione quello che è diventato normale nell’età della tecnica: l’uomo ha visto trasformare la sua attività non più nella forma dell’agire, ma del puro e semplice fare.

Questo è il sigillo dell’età della tecnica.

Agire vuol dire che io compio un’azione in vista di uno scopo, fare vuol dire che io eseguo azioni descritte e prescritte senza conoscere gli scopi finali e, qualora li conoscessi, senza averne alcuna responsabilità.

Quando voi ascoltate il Processo di Norimberga, sentite che la risposta dei nazisti è “ io ho eseguito gli ordini”.

Dice  Gunter Anders che nell’età della tecnica questa è una risposta esatta. Perché tu, funzionario dell’apparato tecnico, devi solo eseguire bene le azioni prescritte e descritte dall’apparato. 

Gli scopi finali dell’apparato non ti riguardano. Ne sei a conoscenza, non ne sei responsabile, tu sei bravo se esegui bene il tuo “mansionario” non se ti fai carico degli scenari dell’apparato. 

Gita Sereni, che è una giornalista che ha fatto 170 interviste al direttore del campo di concentramento di Treblinka e ha scritto un libro “ In that darkness” “ in quelle tenebre”,  per 170 volte chiede: ma cosa provavi mentre facevi quello che facevi?  E quello per 170 interviste non capisce la domanda: «io non dovevo provare niente! Alle 11 arrivava un carico di tremila persone che dovevano essere soppresse entro le tre, perché arrivavano altre tremila persone, io eseguivo. Questo era semplicemente il mio lavoro».

Attenzione quando usiamo la parola lavoro! Bush dice: «ci ritireremo dall’Iraq quando avremo finito il nostro lavoro»  

Attenzione  alla parola lavoro !

Ricordiamo un altro bel libricino che ha scritto Gunter Anders, a chi ha sganciato la bomba atomica su Hiroshima, faceva la stessa domanda di Gita Sereni:«che cosa provavi mentre sganciavi la bomba sulla città?»,  e il pilota americano risponde: «nothing! It was my job». 

Ecco che cosa si insinua nella parola lavoro: lui è bravo se sgancia con precisione, ma la responsabilità non ce l’ha lui Così è la nostra condizione negli apparati tecnici. 

E quando  dico apparato tecnico intendo apparato burocratico, rete telematica, apparato amministrativo, non solo la catena di montaggio, apparato bancario apparato scolastico.

Quanti professori si prendono l’iniziativa di uscire fuori dalle regole per insegnare magari con più passione e carisma? Quanti sono?  Fanno il loro dovere. Ma sotto la parola dovere, sotto la parola lavoro… attenzione!! Si nasconde l’irresponsabilità.

L’età della tecnica esige che noi siamo irresponsabili. 

Come chiamiamo l’operaio del bresciano che fa le mine antiuomo: operaio o delinquente? Io chiederei a quell’operaio!

Se gli offrono di lavorare in una azienda alimentare e magari gli aumentano lo stipendio non ci mette né uno né due ad andare! Ma lui non è responsabile degli scopi finali…

Questo è il risultato del passaggio dall’agire al fare: fare bene il tuo lavoro, gli scopi  non ti riguardano. 

Non so se vi ricordate una ventina di anno fa quell’agenzia che forniva le armi a Saddam: l’impiegato della banca nazionale del lavoro era responsabile? No, ma anche più su... e quelli che portavano i soldi alla banca nazionale del lavoro? No!  

Quando voi investite i soldi in borsa vi preoccupate degli scopi finali di quell’investimento? No, vi preoccupate solo di quanto investite e quanto ricavate. Quindi finisce lì la vostra  responsabilità. Gli scopi finali vi sono ignoti e anche se vi sono noti non siete responsabili. Questa è l’età della tecnica. 

Questa trasformazione antropologica è l’età della tecnica.

Heidegger, che essendo un nazista l’aveva capito in anticipo, dice giustamente che inquietante non è il fatto che il mondo si sia trasformato  in un enorme apparato tecnico, ma che non siamo preparati a questa radicale trasformazione del mondo, ancora più inquietante però è che non disponiamo di un pensiero alternativo al pensiero tecnico, che lui chiama pensiero calcolante. 

Noi  infatti pensiamo all’utile, al vantaggioso, al profittevole.. interessa ancora che cosa è santo, che cosa è buono, che cosa è bello, che cosa è giusto?  Si muove il mondo intorno a queste categorie o si muove solo intorno a ciò che è utile e vantaggioso? 

E qui ci fermiamo. 

2 commenti:

  1. ...Caspita...Commento solo per dire: senza parole...

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    1. Un contributo eccezionale... Su Youtube ci sono molti video altrettanto interessanti...

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